Gianpiero Cioffredi
Sono nato il 7 giugno del 1962. Dal 1982 vivo a Roma. Sposato con Samantha, ho due figli di tre e quattro anni.
Le radici del mio impegno sono legate, da sempre, alla dignità della persona, all’uguaglianza dei diritti come base del patto di cittadinanza, alla dimensione comunitaria e partecipativa come orizzonte della convivenza capace di promuovere pace e legalità.
Credo, da sempre, nella necessità di ricostruire un nuovo equilibrio tra la dimensione individuale e collettiva del vivere civile. Anteporre l’idea del bene comune agli interessi particolari. Fare sistema. Ricostruire legami sociali per dare un nuovo senso alla comunità.
Nel 1980, all’indomani del terremoto dell’Irpinia, offro il mio contributo all’attività dei Comitati popolari per la ricostruzione. Trasferitomi nella Capitale, sono al fianco della campagna pacifista contro l’installazione dei missili nell’aeroporto siciliano di Comiso, e decido di iscrivermi al Pci.
Nella seconda metà degli anni ’80 sono protagonista della nascita dell’associazione antirazzista Nero e non solo, di cui diventerò presidente nazionale dal 1992 al 1995. Nel 1989, l’assassinio, a Villa Literno, del rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo ci spinge a reagire. Per cinque anni, insieme alla Cgil, organizziamo, nel Casertano, l’esperienza dei villaggi di solidarietà, che ospitano e assistono oltre 400 immigrati impegnati nella raccolta stagionale dei pomodori, sensibilizzando la popolazione sulle ragioni dell’accoglienza e della lotta al razzismo.
All’indomani dello scoppio della guerra nei Balcani, partecipo al volontariato internazionale contribuendo alla realizzazione dei campi di accoglienza per i profughi in Bosnia.
Dal 1995 al 1999 sono membro della Segreteria nazionale dell’Arci. Dal 1999 al 2002 Coordinatore nazionale di Arci Solidarietà.
Dal 2000 al 2002 mi occupo di Politiche Sociali nella segreteria romana dei Democratici di Sinistra.
In tutti questi anni lavoro, come dirigente, in alcuni dei più importanti organismi italiani ed europei del Terzo Settore.
Dal 2003 al 2007 sono Assessore alle Politiche Sociali e al Bilancio nel VII Municipio di Roma.
Nel 2007 torno ad impegnarmi nella segreteria romana dei Democratici di Sinistra e partecipo alla costituente per la fondazione del Partito Democratico.
Dal febbraio del 2008 sono responsabile della promozione del III Festival Internazionale del Film di Roma e dei rapporti con il territorio della Fondazione Cinema per Roma.
Da maggio del 2008 lavoro, al fianco del presidente Nicola Zingaretti, come coordinatore delle iniziative internazionali dellla Provincia di Roma. Un impegno che mi porta, tra l’altro, ad organizzare la prima visita italiana di Ingrid Betancourt dopo la sua liberazione
Gianpiero Cioffredi ha così risposto alle nostre domande:
Europa e Integrazione europea
1) Secondo lei, l’obiettivo dell’Europa deve essere la creazione di uno Stato Federale Europeo? Lei è favorevole a questa prospettiva in tempi brevi?
Dopo i NO nei referendum per la ratifica del Trattato di Lisbona l’UE ha attraversato un serio periodo di crisi e lo stesso processo costituente ha corso il rischio di bloccarsi. L’Europa deve portare avanti un percorso federale per essere un’area comune di libertà, sicurezza e giustizia. Un’idea che va, però, rilanciata, recuperando lo spirito ideale che animava i primi passi del processo di unificazione. L’Unione Europea, che rappresenta il più avanzato esperimento di superamento della sovranità statale esclusiva al mondo, può e deve farlo, per dotarsi del potere adeguato per agire sullo scenario internazionale e per influenzare positivamente le dinamiche – economiche, politiche e culturali –per lo sviluppo e la convivenza pacifica. Oggi l’Europa si presenta come una democrazia immatura, in cui è completamente assente l’idea del governo. Il Parlamento, invece, per poter fare fino in fondo il suo dovere, deve avere un governo come suo interlocutore.
2) Quali sono i tre principali settori dove, secondo lei, i poteri del Parlamento Europeo dovrebbero essere rafforzati ed estesi?
Negli Ultimi anni l’Unione Europea ha cambiato radicalmente volto e ha accresciuto le sue responsabilità, per questo è necessario rivedere alcuni aspetti anche sostanziali del suo funzionamento per rendere le istituzioni moderne ed adatte all’Unione a 27. Per esempio, bisogna avere un unico Rappresentante per la politica estera, che abbia però poteri effettivi e non simbolici o di mediazione tra i vari stati membri. Come diretta conseguenza di questo, bisogna unire eserciti e protezione civile, senza limitarsi al semplice coordinamento delle forze nazionali. E, come ci sta dimostrando la crisi economica che stiamo vivendo in questi mesi, dobbiamo confrontarci anche sulla costruzione di un centro decisionale forte per le politiche finanziarie e di bilancio. Il debole coordinamento attuale delle politiche nazionali deve essere sostituito da una politica macroeconomica comune e per sostenere il piano di ripresa economica dovrebbero essere emessi titoli UE. Ma sono tanti i problemi concreti ed attuali con cui l’Europa dovrà confrontarsi nei prossimi anni, come l’energia, la sanità o la ricerca.
3) Lei è d’accordo con l’affermazione secondo cui la mancanza in seno al PE di un forte gruppo parlamentare realmente europeista sia una delle ragioni del rallentamento del processo di integrazione europea?
Credo che le posizioni a volte tiepide sul tema fondamentale dell’integrazione europea siano dovute a questioni di politica nazionale e al fatto che i gruppi dell’Europarlamento abbiano pensato più in scala locale che comunitaria. Si potrebbe modificare la procedura elettorale del Parlamento affinché, nel 2014, un certo numero di deputati possano essere eletti da un’unica circoscrizione transnazionale. Una riforma utile per rendere i partiti politici europei adeguati alle proprie finalità, per instaurare un contatto diretto con i cittadini e per conferire a questi ultimi maggior voce in capitolo sulla gestione dell’Europa.
4) Secondo il suo punto di vista, cosa bisognerebbe fare per incentivare e favorire il processo di integrazione europea?
L’Unione Europea è la più grande innovazione politica della seconda metà del secolo scorso: ha consolidato la pace fra paesi che si erano dilaniati in numerose e sanguinose guerre, ha contribuito in modo determinante al progresso economico del continente. Oggi dobbiamo rafforzare la nostra comune identità, la nostra storia. Io voglio continuare a sentirmi italiano, ma contemporaneamente essere europeo. Credo che l’essere europei passi anche attraverso tanti piccoli fenomeni ‘sotto pelle’, come la libertà di circolazione, o i programmi di studio Erasmus e adesso dobbiamo valorizzare proprio queste esperienze per esaltare le identità plurali. Dal punto di vista istituzionale credo che l’integrazione possa essere favorita dalla maggiore cooperazione tra regioni europee che, pur appartenendo a stati diversi, hanno economie e infrastrutture in grado di interagire.
Diritti Civili
1) Secondo lei, sul tema dei diritti civili, l’Europa dovrebbe poter stabilire delle linee guida che tutti gli Stati europei devono poi rispettare?
Qualche mese fa la commissione libertà pubbliche del Parlamento Europeo ha chiesto una nuova stagione di diritti civili in Europa. Sono convinto che questo sia un tema connesso alla capacità di una società di crescere sotto tutti i punti di vista e l’Ue non può non sostenere riconoscimento e tutele a realtà che già esistono oppure che, come avviene nel nostro paese, si vogliono occultare. L’Ue non può essere cieca di fronte alle richieste dei suoi cittadini e per questo deve intervenire in modo esplicito e forte quando gli stati membri violano la pari dignità di tutte le persone.
2) Sul testamento biologico, lei sosterrebbe in Europa, se ne avesse la possibilità, una legge di indirizzo basata sugli stessi principi del progetto del Senatore Ignazio Marino?
Certo, perché si tratta di un buon testo che prende in giusta considerazione tutte le sensibilità. Si vuole riconoscere il diritto di ogni persona di indicare le cure e i trattamenti che ritiene accettabili per se stesso, nel caso in cui un giorno, per un incidente o una grave malattia, diventasse incapace di intendere e di volere. Poter chiedere ai medici di sospendere o non attivare procedure e terapie che non si considerano appropriate e sopportabili vuol dire garantire il diritto all’autodeterminazione di tutti gli individui.
3) Si batterebbe in Europa per ribadire che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali?
il Parlamento europeo nella risoluzione dell’8 febbraio 1994, e in diversi atti successivi, ha invitato gli stati membri a rimuovere ogni forma di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale. L’Italia, sotto questo aspetto, si trova in una condizione davvero desolante: è tra i pochi paesi europei a non avere una normativa che riconosca i diritti delle coppie lesbiche e gay. Per questo intendo sostenere e promuovere le azioni che mirano ad affermare pari dignità e pari diritti per tutti, anche partecipando all’intergruppo lgbt (lesbico, gay, bisex, transgender) dell’Europarlamento.
4) Qual e’ secondo lei il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti e il rispetto delle coscienze individuali?
Un legislatore ha il compito di riconoscere pari diritti e pari dignità per tutti, di rafforzare le tutele e di offrire sostegno a chi parte in svantaggio perché tutti abbiamo pari opportunità. Questi valori non possono essere in conflitto con la coscienza di nessuno.
Sicurezza sul lavoro, salario minimo, Welfare
1) Alcuni Stati europei sono contrari ad una regolamentazione europea dei diritti dei lavoratori. Di fronte ad una ipotetica minaccia, da parte di alcuni Paesi, di uscire dall’Unione nel caso in cui si andasse in quella direzione, lei privilegerebbe l’estensione dei diritti o il mantenimento di tutti i membri?
Il tema del lavoro è centrale e va affrontato insieme perché tutti i cittadini europei devono godere degli stessi diritti e degli stessi standard di assistenza e di tutela. Ci sono stati che uniscono flessibilità e moderni ammortizzatori sociali e le cui normative possono essere studiate per capire in che modo gli elementi di maggiore successo possono essere estesi a tutto il continente. Nessuno stato può opporsi a una politica di questo tipo e credo che confrontarsi su questo tema fin dall’insediamento del nuovo Parlamento convinca anche i più scettici dei vantaggi in termini di competitività e di innovazione nel mercato del lavoro. La crisi economica può essere un’opportunità per provare a fare riforme utili che però devono fare riferimento anche alla formazione continua dei lavoratori, alla tutela delle lavoratrici, alla lotta al precariato e aumentare gli investimenti nel settore della ricerca e della valorizzazione della creatività per essere in grado di competere nel mercato globale.
2) Il PD ha riconosciuto come battaglie centrali negli ultimi mesi quelle per il salario minimo e la sicurezza sul lavoro, oltre a quelle da sempre portate avanti nei campi della salute e del Welfare in generale. Secondo lei, è pensabile l’idea di un “welfare europeo”, ovvero di stabilire delle garanzie minime per i lavoratori e i cittadini degli stati membri? Quale potrebbe essere un obiettivo realistico in questa direzione, e come potrebbe essere conseguito?
Il Welfare è un tema fondamentale anche per la costruzione di un’identità comune. Tutti i paesi della UE hanno fatto della Protezione Sociale una bandiera di progresso, che ha fortemente caratterizzato l’impostazione della società europea. Questo sistema va però riformato alla luce dei cambiamenti sociali, dell’aumento dell’aspettativa di vita e dei progressi della medicina. Si tratta di un passaggio piuttosto importante: la strada per una federalizzazione dei sistemi di welfare europei può passare attraverso una convergenza progressiva basata anche su processi aperti di apprendimento e di dialogo con la società civile e con sindacati.
Ambiente, Trasporti ed energia
1) Secondo lei, le politiche per la lotta al surriscaldamento globale dovrebbero essere incoraggiate anche se a discapito della crescita economica e dell’occupazione ?
Non credo che il tema vada visto come un conflitto tra economia e ambiente: una politica dell’energia, capace di innovare l’uso delle fonti energetiche e di ridurre le emissioni di CO2 , va vista, viceversa, come un’opportunità per rilanciare lo sviluppo. Uno sviluppo coerente con le strategie messe in atto dall’Unione europea, dove competitività e sostenibilità rappresentino i due pilastri sui quali la crescita economica deve poggiare per essere durevole nel tempo. L’esempio di paesi come la Germania e gli USA, dove sono stati avviati importanti programmi tesi a sviluppare una riconversione ecologica dell’economia va considerato come uno stimolo per promuovere il risparmio energetico e l’uso delle fonti rinnovabili, in grado di generare occupazione e il rilancio del settore industriale. Gli obiettivi della UE in materia di lotta al global warming, la strategia 20-20-20, costituisce un impegno concreto, basato sulla necessità di adottare un mix di politiche energetiche in grado di incidere in modo strutturale sul consumo e sulla produzione di energia, puntando sulla diversificazione e sulla riduzione dell’uso di fonti fossili.
2) Oggi “i fondi comunitari dedicati a tutelare l’ambiente sostengono vari progetti, quali la costituzione di economie rurali, competitive e rispettose dell’ambiente, con la maggior parte dei fondi destinati agli agricoltori, l’adeguamento del settore della pesca all’impoverimento degli stock di pesce, o i programmi ambientali che incoraggiano la tutela dell’ambiente in tutti i progetti politici.” Secondo lei, sarebbe giusto spostare una parte di questi fondi ambientali da pesca e agricoltura al sostegno delle energie rinnovabili? Se si, quanti di questi fondi (una piccola parte/una buona parte/la maggior parte).
Una delle sfide più importanti è quella di considerare il settore agricolo non solo in base alla quantità di produzione ottenibile ma come un obiettivo strategico per la gestione delle risorse naturali essenziali per la vita. Il tema, in questo caso, non è solo quanto si produce ma come si produce, comprendendo nelle politiche di sviluppo rurale la gestione degli equilibri e dei cicli di rinnovabilità delle risorse. L’Europa ha da tempo affiancato, nella PAC, gli obiettivi di sostegno delle produzioni agli obiettivi di miglioramento e rafforzamento delle economie rurali: si tratta di proseguire in questo sforzo, non attuando una concorrenza tra food e non-food, ma diversificando il settore rurale comprendendo bene l’esigenza di mantenere intatta la funzione legata, per esempio, al ciclo dell’acqua, di rigenerazione del suolo e di riduzione del rischio di dissesto idro-geologico. Se oggi l’agricoltura fosse trasformata in un grande produttore di fonti rinnovabili, probabilmente si correrebbe il rischio di creare una competizione legata più ad aspetti di tipo finanziario che realmente in grado di garantire un futuro: piuttosto è necessario puntare sull’efficienza energetica e su sistemi a filiera corta in grado di generare benefici a vantaggio delle comunità locali.
3) In considerazione delle peculiarità dei prodotti enogastronomici e delle biodiversità agricole italiane, e di quanto esse rappresentano in termini di ricchezza nazionale e di incentivo alla nostra offerta turistica,crede che gli europarlamentari italiani dovrebbero fare blocco per difenderli se necessario? Secondo lei, in casi come questi è più importante privilegiare l’interesse nazionale o la solidarietà come gruppo europeo?
Uno dei punti di forza dell’Europa è proprio quello di creare uno spazio comune, dove possono avvenire gli scambi per favorire lo sviluppo e l’innovazione: il patrimonio rappresentato dalla tipicità e dalle tradizioni è legato in modo imprescindibile dal rapporto con il territorio e con la conservazione della biodiversità. Su questo binomio occorre concentrare gli sforzi per far sì che la ricchezza rappresenti un’opportunità per rafforzare le comunità locali e un corretto rapporto tra uomo e ambiente naturale. Si tratta infatti di comprendere come lo sviluppo dell’Unione europea sia legato non solo al settore industriale ma abbia un punto di forza proprio nel mantenimento di economie rurali in grado di gestire e rinnovare il patrimonio di biodiversità, garantendo un futuro alle prossime generazioni. Occorre ricordare che una parte considerevole della popolazione europea risiede in aree rurali e che la competitività di queste zone deve costituire un obiettivo strategico delle politiche di sviluppo: la sfida della sostenibilità si gioca anche in questo ambito tutelando la qualità del territorio e delle produzioni, anche in ragione dell’esigenza di operare per rafforzare gli aspetti legati alla sicurezza alimentare.
4) La questione del nucleare e’ abbastanza complessa e riguarda, tra gli altri, costi effettivi (costruzione, mantenimento e funzionamento, smantellamento), messa in sicurezza degli impianti e delle scorie prodotte, tempi di costruzione, comprendente anche l’accettazione da parte delle popolazioni vicine al luogo interessato, e gas serra, in un delicato bilancio che non sempre risulta a favore delle centrali a fissione rispetto ad altre forme di energia alternativa. A suo modo di vedere, in un programma europeo per la differenziazione delle fonti energetiche, quale ruolo deve essere riservato al nucleare ? E perche?
Affermare “il nucleare conviene” non consente di svolgere correttamente il confronto. Non si tratta, infatti, di considerare soltanto il costo dell’energia prodotta utilizzando centrali nucleari piuttosto che quelle a combustibile fossile: i costi connessi alla costruzione, alla gestione e, soprattutto allo smaltimento delle scorie, rappresentano un elemento che spesso non viene considerato. D’altronde deve essere ben presente il fatto che l’uranio è anch’esso una risorsa scarsa, in fase di esaurimento. La sfida dell’Europa deve essere, in questo campo, concentrata nel progresso della ricerca e della sperimentazione, puntando a sviluppare tecnologie avanzate che consentano di valutare l’opportunità di investire sulle centrali di IV generazione. Il rischio di incidenti è ancora troppo alto in ragione dell’economicità, relativa, legata alla produzione di energia elettrica.
Libertà d’informazione
1) Secondo lei, il problema della concentrazione del potere mediatico all’interno dei singoli Paesi europei deve essere affrontato principalmente come un problema legato all’antitrust e alla concorrenza, oppure come un problema legato alla democrazia? In ogni caso, crede che si dovrebbero stabilire a livello europeo dei tetti pubblicitari per i diversi mezzi di informazione (TV, carta stampata, internet, etc.)?
La libertà di informazione è la cartina di tornasole dello stato di salute di una democrazia, non c’è dubbio. E’ un tema molto delicato che non può essere affrontato soltanto secondo le logiche del mercato. In Italia l’argomento è viziato dal gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi che rappresenta un’anomalia intollerabile non solo per il nostro paese. Penso che la materia andrebbe affrontata integrando il mercato della comunicazione a livello europeo: sarebbe un ottimo modo per rispondere alla crisi economica e per rendere l’informazione più indipendente e autonoma dalla sfera politica. Credo, inoltre, che la possibilità di fissare dei tetti pubblicitari per i diversi mezzi di informazione possa essere un’opportunità sia per i pubblicitari che per gli inserzionisti: rende più facile raggiungere pubblici diversi e sostiene le imprese e i lavoratori dei settori diversi ma complementari. D’altro canto la concentrazione degli investimenti pubblicitari sulla tv è un’altra conseguenza dell’anomalia italiana: perché molte grandi imprese scelgono di aumentare gli investimenti sulle tv del capo del governo?
2) Secondo lei le regole minime sugli standard di democrazia per i Paesi della UE, anche per Paesi che ne fanno già parte, devono considerare anche i temi della libertà d’informazione? A suo giudizio, la situazione italiana come dovrebbe essere valutata secondo criteri in questo campo (normale, delicata, grave, molto grave)? E secondo lei come dovrebbero essere affrontate eventuali violazioni di questi standard da parte di Paesi già membri?
In Italia viviamo una situazione molto preoccupante, dato il controllo crescente e grottesco dell’informazione esercitato dal Governo di Silvio Berlusconi. Nessun altro governo europeo si sognerebbe di esprimere quotidianamente giudizi sui programmi delle tv di stato o sulle prime pagine dei quotidiani. Questo è intollerabile: l’informazione in Italia è malata. E’ indispensabile, però, che l’Europa si interroghi su questi temi e definisca una posizione comune per evidenziare e intervenire laddove vi siano anomalie, anche applicando sanzioni agli stati membri come avviene per gli altri settori. Per questo è necessario che il Consiglio e la Commissione promuovano un anno europeo della libertà di stampa per organizzare iniziative a livelli comunitari e nazionali e per sensibilizzare l’opinione pubblica
3) Cosa ne pensa della possibilità, di cui si parla in questi giorni, di emanare leggi che in qualche modo limitino e controllino il flusso di informazioni su internet?
Sono norme che non limitano soltanto internet, ma la stessa liberta delle persone oltre a essere totalmente inapplicabili. La rete, infatti, è di tutti, è libera e democratica. Il compito dei legislatori non è quello di introdurre censure, ma di rendere il web accessibile a tutti e di garantire che la privacy e la dignità delle persone non venga mai violata. Quindi: lotta determinata contro i crimini online, ma senza limitare la liberta di espressione e la privacy dei navigatori, in collaborazione con i fornitori di Internet, le organizzazioni degli utenti e le autorità di polizia competenti per settore. Per la tutela dei minori è necessario coinvolgere in programmi educativi e di alfabetizzazione informatica anche i genitori e le famiglie. Penso che la legge debba incentivare i governi nazionali a darsi un programma per lo sviluppo e la diffusione sul territorio di internet a banda larga, innovando così anche la pubblica amministrazione che sarebbe motivata a dotarsi di software open source e a utilizzare la rete per comunicare efficacemente coi cittadini. Le società da cui si acquistano il collegamento a internet devono, inoltre, fornire condizioni trasparenti nell’accesso e nell’erogazione dei servizi, garantendo l’accesso alla rete con qualsiasi dispositivo e a condizioni di neutralità rispetto ai contenuti, ai servizi, alle applicazioni e agli apparati terminali.
Impegni personali se verrà eletto
1) Oggi i dati sulle assenze dei singoli deputati europei sono riservati. Lei è disposto ad impegnarsi a rendere pubblici i dati riferiti alla sue assenze? E’ favorevole a votare una modifica dei regolamenti perché il Parlamento Europeo renda pubblici questi dati per tutti i deputati?
Una riforma che vada in questa direzione è fondamentale, anche per rilanciare le Istituzioni europee. I cittadini devono sentirsi protagonisti dell’Europa e devono contribuire alle sue decisioni. Se l’Unione Europea diventa una ‘casa di vetro’ può raggiungere questo obiettivo. Si può anche pensare di utilizzare il web, come sta facendo Obama negli Stati Uniti, dove il sito della Casa Bianca ospita un blog e delle videochat in cui l’Amministrazione risponde alle principali domande poste dai cittadini. Per questo deve essere possibile conoscere e interagire in qualsiasi momento con il lavoro degli eurodeputati, in modo trasparente.
2) Lei personalmente a quale raggruppamento europeo vorrebbe aderire nel PE: PSE, ALDE, o un altro da creare?
A volte in Italia siamo confinati in una discussione un po’ provinciale. Il futuro dell’Europa si gioca fra due grandi schieramenti politici che sono anche l’incontro di esperienze politiche nazionali diverse: da una parte i conservatori e dall’altra i riformisti e i progressisti. Il posto di un parlamentare eletto del Pd non può che essere al fianco di questi ultimi che si riconoscono per la stragrande maggioranza nel partito del socialismo europeo.
3) Attualmente il conservatore José Manuel Durao Barroso con l’appoggio unanime del PPE (suo partito di appartenenza) e di una parte sostanziale del PSE sembra essere destinato ad un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lei è d’accordo? Non pensa che le forze europee riformiste e di sinistra debbano promuovere un candidato che sia espressione di una Europa diversa da quella rappresentata dal candidato conservatore portoghese?
Molto dipenderà dal risultato di queste elezioni e dalla nostra capacità di far capire all’elettorato europeo l’importanza della posta in gioco. Le decisioni che si assumono in Europa entreranno nelle nostre vite e segneranno il nostro futuro. Per questo dico di badare meno alle geometrie politiciste e alle appartenenze ideologiche e più alla sostanza perché altrimenti rischiamo di consegnare l’Unione Europea a un’egemonia conservatrice che basa la sua forza sulle nostre divisioni.


