Luciano Vecchi
Sono nato a Roma il 19 agosto 1961 ma, di famiglia modenese, ho vissuto nella città emiliana i primi ventiquattro anni della mia vita.
Sono sposato con Daniela – filologa di lingue slave e traduttrice – ed ho una figlia, Valeria, di quindici anni che frequenta il liceo classico.
Parlo, oltre all’italiano, francese, inglese, spagnolo e portoghese. Capisco e posso cavarmela in svariate altre lingue, in particolare tedesco e catalano.
Ho cominciato la mia attività politica, anzi, la mia passione per la politica nel movimento studentesco della mia città. Dopo varie esperienze di “movimento” mi sono iscritto, alla fine degli anni ’70, alla FGCI, di cui sono stato dirigente a livello provinciale.
Dal 1985 mi occupo di Europa e di problemi internazionali.
Da responsabile esteri della FGCI nazionale diressi il processo che portò l’organizzazione, nel 1987, nell’Internazionale dei giovani socialisti (IUSY).
Dal 1989 al 1999 sono stato deputato al Parlamento Europeo, eletto nella circoscrizione “Italia nord-orientale”. Nell’europarlamento ho fatto parte delle commissioni per la cooperazione e lo sviluppo, per la cultura e la gioventù, per il regolamento. Dal 1989 al 1991 sono stato vicepresidente della commissione parlamentare mista CEE-Turchia. Dal 1992 al 1999 ho ricoperto l’incarico di vicepresidente dell’Assemblea parlamentare Unione Europea – Africa, Caraibi e Pacifico. Nella mia seconda legislatura sono stato segretario generale della delegazione dei Democratici di Sinistra al PE e coordinatore del Gruppo socialista nella commissione per la cooperazione allo sviluppo.
Quando venni eletto al Parlamento Europeo avevo 27 anni e sono stato il più giovane deputato di quella legislatura. Basandomi sull’esperienza nel movimento giovanile ho contribuito alla definizione delle politiche per i giovani dell’Unione Europea. Dopo aver redatto la relazione-quadro sulle politiche giovanili (1991), dalla quale sono scaturiti quasi tutti i programmi e le azioni per i giovani dell’UE, mi sono impregnato nel concepimento del programma per “il servizio volontario per i giovani europei”, del cui comitato di riflessione ho fatto parte per anni.
Se milioni di giovani europei possono continuare ad usufruire se il sistema INTERRAIL per viaggiare in Europa è anche perché, su mia iniziativa, nel 1993, il Parlamento Europeo, con una risoluzione, bloccò l’intenzione degli enti ferroviari europei di abolirlo.
Nel campo della cooperazione allo sviluppo tra le mie iniziative vi sono state alcune relazioni parlamentari (“il ruolo delle ONG”, “la cooperazione decentrata”, “i rifugiati nei Paesi ACP”) che hanno contribuito – all’epoca – ad accrescere il ruolo e la partecipazione della società civile e delle comunità territoriali al partenariato e alla cooperazione internazionale.
Convinto nella necessità di una globalizzazione fondata sulle persone e non sul mercato senza regole, nell’Assemblea di Strasburgo mi caratterizzai su alcune battaglie, tra le quali quella contro l’AMI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) che avrebbe distrutto ogni margine di manovra politica democratica dei Paesi più poveri, per una riforma democratica del sistema delle Nazioni Unite, per una più equa direttiva sui prodotti a base di cacao, per la gestione multilaterale dei conflitti nel Continente africano, per la Pace in Medio oriente, e così via.
Dopo una breve ma intensa esperienza al Ministero degli Affari Esteri (2000-2001), come segretario particolare del sottosegretario Rino Serri, nella quale mi sono dedicato alla riforma della legge sulla cooperazione e alla prevenzione e gestione dei conflitti in Africa, alla fine del 2001 sono stato nominato coordinatore dell’attività internazionale dei DS.
Da allora ho concentrato la mia attività allo sviluppo delle relazioni politiche internazionali e alla costruzione, attraverso i partiti politici europei, dello “spazio politico” nel nostro Continente.
Dal 2003 faccio parte dei due organismi di gestione dell’Internazionale Socialista (il “Comitato etico” e il “comitato per l’amministrazione e le finanze”).
Dal congresso di Porto (dicembre 2006) sono membro della Presidenza del Partito del Socialismo Europeo – nella quale ricopro la responsabilità della cooperazione internazionale e dello sviluppo - e vicepresidente del Global progressive Forum. Al Congresso PSE di Porto venne adottata all’unanimità – su mia proposta – la riforma dello Statuto che prevede il “rapporto organico” con le forze “democratico-progressiste”., avviando così il processo di ricomposizione delle forze del centro-sinistra europeo.
Dal marzo 2005 responsabile Esteri dei DS, nel giugno 2006 sono stato eletto membro della Segreteria nazionale del partito.
Profondamente convinto della necessità storica dell’unità dei riformisti, in Italia come nel mondo, ho partecipato attivamente alla nascita e alla costruzione del Partito Democratico, promuovendone, tra l’altro, la propria dimensione internazionale.
Eletto, il 14 ottobre 2007, nell’Assemblea nazionale costituente del PD, ho fatto parte del “gruppo dei 100” che ha redatto il Manifesto dei valori del PD.
Sono membro della Direzione nazionale del PD sin dalla sua costituzione e dall’inizio di ottobre 2008 al marzo 2009 sono stato il coordinatore vicario del Dipartimento per le relazioni internazionali del PD e coordinatore del Ministero degli Affari Esteri del Governo Ombra, diretto da Piero Fassino.
Nel marzo 2009 il Segretario nazionale del PD Dario Franceschini mi ha nominato coordinatore del dipartimento esteri del partito.
Sono stato, negli scorsi mesi, uno dei redattori del Manifesto del PSE per le elezioni europee del prossimo giugno 2009 e sono tra i promotori dell’appello “per un nuovo patto globale”, lanciato lo scorso 3 aprile dal Global Progressive Forum. Ho fatto parte del Gruppo di lavoro del PSE che ha redatto il documento “L’Unione Europea sulla scena internazionale. Promuovere la pace sostenibile” e sto lavorando nel gruppo di riflessione “per cambiare la globalizzazione” formato da quindici personalità della politica, dell’economia e delle istituzioni internazionali.
Sono candidato alle prossime elezioni europee nella circoscrizione “Italia nord-est” nelle liste del Partito Democratico.
Le risposte di Luciano Vecchi alle nostre domande:
Europa e Integrazione europea
1) Secondo lei, l’obiettivo dell’Europa deve essere la creazione di uno Stato Federale Europeo? Lei è favorevole a questa prospettiva in tempi brevi?
Io sono convintamente federalista e da oltre venti anni sono iscritto al Movimento Federalista Europeo. La definizione di una struttura federale per l’Europa deve essere l’orizzonte dell’azione di tutti gli attori politici ed istituzionali dell’Unione europea, a cominciare dal Parlamento europeo. Anche se il contesto politico non consentisse di raggiungere questo obiettivo nel breve periodo occorre muoversi in quella direzione. La ratifica del Trattato di Lisbona è oggi un elemento essenziale per dare alle istituzioni europee maggiore legittimità democratica e dare al Parlamento europeo - a quindi ai cittadini - pieno potere legislativo su tutte le materie di competenza dell’Unione.
Quali sono i tre principali settori dove, secondo lei, i poteri del Parlamento Europeo dovrebbero essere rafforzati ed estesi?
I poteri del Parlamento dovrebbero essere estesi in tutti quei settori che riguardano i diritti delle persone, la loro libertà la loro sicurezza e dove è necessaria una forte dimensione democratica: le politiche di cittadinanza, la cooperazione di polizia, la cooperazione giudiziaria in materia penale, la politica di immigrazione e di integrazione degli immigrati, ma anche, senza dubbio, nelle materie riguardanti la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea e le relazioni esterne.
3) Lei è d’accordo con l’affermazione secondo cui la mancanza in seno al PE di un forte gruppo parlamentare realmente europeista sia una delle ragioni del rallentamento del processo di integrazione europea?
Non credo che la mancanza di un Gruppo europeista sia la vera ragione di un rallentamento del processo di integrazione. I federalisti e gli europeisti in seno al Parlamento europeo hanno svolto un ruolo importantissimo, in particolare a partire dall’attuale Gruppo socialista. La ragione vera è da ricercare, a mio avviso, da un lato nella resistenza di molti governi a condividere quote di sovranità anche in settori dove l’azione nazionale, da sola, non basta ad affrontare sfide complesse; dall’altro, è mancato negli ultimi cinque anni un ruolo propulsivo forte della Commissione europea, che - come mostra l’esempio di Jacques Delors - dovrebbe essere il cuore e il motore politico dell’Unione. La Commissione Barroso è stata una vera sciagura per l’Europa. E’ ora di voltare pagina.
4) Secondo il suo punto di vista, cosa bisognerebbe fare per incentivare e favorire il processo di integrazione europea?
Dare al Parlamento pieno potere legislativo, fare del voto a maggioranza in seno al consiglio la norma, abolendo l’unanimità, che permette a un solo governo di bloccare decisioni importanti; dare attuazione concreta a quei diritti che, come il diritto di circolare e risiedere liberamente sul territorio dell’Unione, stanno al cuore della cittadinanza europea, sviluppare tutte quelle azioni (a cominciare dalla mobilità giovanile) che creino coscienza europea, sviluppare una piena dimensione politica europea (partiti, sindacati, associ azioni, ecc. devono essere attori della vita politica europea).
Diritti civili
1) Secondo lei, sul tema dei diritti civili, l’Europa dovrebbe poter stabilire delle linee guida che tutti gli Stati europei devono poi rispettare?
L’Unione europea ha già linee guida che gli Stati membri e le istituzioni comunitarie sono tenuti a rispettare e a promuovere: si tratta dei diritti sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali, che diverrà vincolante con la ratifica del Trattato di Lisbona, tra i quali il diritto di fondare una famiglia - separato dal diritto di sposarsi, il diritto alla dignità e all’integrità della persona, il divieto di ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, ecc.
2) Sul testamento biologico, lei sosterrebbe in Europa, se ne avesse la possibilità, una legge di indirizzo basata sugli stessi principi del progetto del Senatore Ignazio Marino?
Il tema del testamento biologico è una questione molto importante, sulla quale diverse sono le sensibilità nazionali e personali. Personalmente condivido pienamente i principi definiti nel progetto del Senatore Marino e, pur sapendo che l’Unione europea non ha competenze legislative in questa materia, penso che occorrerebbe definire principi di indirizzo comuni, avendo come faro il diritto alla dignità, sancito dalla Carta europea, anche in fine della vita e il diritto di ogni individuo di vedere rispettati i desideri espressi precedentemente in relazione a una terapia o a un intervento medico, sancito dalla Convenzione di Oviedo del Consiglio d’Europa, che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno ratificato.
3) Si batterebbe in Europa per ribadire che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali?
Senz’altro sì. Credo che sia necessario battersi perché nessuna persona sia discriminata in base all’orientamento sessuale; si tratta di un principio sancito dai Trattati istitutivi dell’Unione europea e dalla Carta dei diritti fondamentali.
4) Qual e’ secondo lei il giusto equilibrio tra il rispetto dei diritti e il rispetto delle coscienze individuali?
Credo che la definizione dei diritti delle persone e il loro rispetto attengano alla sfera pubblica e siano dovere dello Stato e delle sue istituzioni, mentre il rispetto delle coscienze attenga alla sfera privata, cioè a una dimensione personale, individuale che è importante ma è e deve restare distinta.
Sicurezza sul lavoro, salario minimo, Welfare
1) Alcuni Stati europei sono contrari ad una regolamentazione europea dei diritti dei lavoratori. Di fronte ad una ipotetica minaccia, da parte di alcuni Paesi, di uscire dall’Unione nel caso in cui si andasse in quella direzione, lei privilegerebbe l’estensione dei diritti o il mantenimento di tutti i membri?
Se questa fosse l’alternativa privilegerei i diritti dei lavoratori. Ma la questione si pone in realtà in altro modo. Ciò che occorre fare è ricercare ostinatamente di definire le intese più avanzate, capaci di far progredire tutta l’Unione. Se i diritti dei lavoratori sono riconosciuti da tutte le costituzioni e gli ordinamenti dei Paesi membri, la sfida è proprio quella di definire, al livello più alto, norme europee uniformi e valide davvero per tutti.
Non sono soltanto alcuni governi a ostacolare la definizione di politiche sociali comuni. La definizione regole europee su temi come la sicurezza sul lavoro, l’orario di lavoro, il congedo parentale è stata e resta al centro di uno scontro feroce tra progressisti e conservatori in seno al Parlamento europeo; i popolari europei insieme alle destre hanno di recente bloccato la direttiva che avrebbe permesso l’estensione della durata minima del congedo di maternità a venti settimane in tutta Europa.
2) Il PD ha riconosciuto come battaglie centrali negli ultimi mesi quelle per il salario minimo e la sicurezza sul lavoro, oltre a quelle da sempre portate avanti nei campi della salute e del Welfare in generale. Secondo lei, è pensabile l’idea di un “welfare europeo”, ovvero di stabilire delle garanzie minime per i lavoratori e i cittadini degli stati membri? Quale potrebbe essere un obiettivo realistico in questa direzione, e come potrebbe essere conseguito?
Definire i contorni di un welfare europeo, insieme a un nucleo di garanzie e diritti sociali uniformi in tutta l’Unione, è un obiettivo prioritario per costruire una nuova Europa sociale. Nuova perché le società europee sono profondamente mutate: pensiamo a fenomeni come l’invecchiamento della popolazione e il calo della popolazione attiva, l’immigrazione e la convivenza di culture diverse, la condizione di povertà che colpisce sempre più anziani e sempre più giovani, la flessibilità crescente del lavoro che non è accompagnata da garanzie e diritti e da una formazione lungo tutto l’arco della vita. Compito dei progressisti è senza dubbio fare avanzare questa idea di Europa.
Ambiente Trasporti e Energia
1) Secondo lei, le politiche per la lotta al surriscaldamento globale dovrebbero essere incoraggiate anche se a discapito della crescita economica e dell’occupazione ?
No, sono convinto che le politiche di risparmio energetico e di lotta ai mutamenti climatici siano strettamente legate, anzi interdipendenti, con quelle per l’occupazione. La sfida resta appunto quella di definire una strategia comune a partire dalla promozione della sostenibilità ambientale di tutte le politiche, in particolare la politica agricola, la politica energetica, anche la la politica estera e di vicinato dell’Unione europea. D’altronde tanta, nuova e buona occupazione potrà essere creata soprattutto nei settori ambientali e delle energie rinnovabili.
2) Oggi “i fondi comunitari dedicati a tutelare l’ambiente sostengono vari progetti, quali la costituzione di economie rurali, competitive e rispettose dell’ambiente, con la maggior parte dei fondi destinati agli agricoltori, l’adeguamento del settore della pesca all’impoverimento degli stock di pesce, o i programmi ambientali che incoraggiano la tutela dell’ambiente in tutti i progetti politici.” Secondo lei, sarebbe giusto spostare una parte di questi fondi ambientali da pesca e agricoltura al sostegno delle energie rinnovabili? Se si, quanti di questi fondi (una piccola parte/una buona parte/la maggior parte).
Come dicevo, ritengo che la risposta non sia spostare fondi dalla politica agricola alla politica ambientale, ma, piuttosto, di ridefinire tutte le politiche in modo che la sostenibilità ambientale diventi un obiettivo prioritario, dotato di risorse finanziarie elevate. Già l’Unione si è dotata di nuove misure legislative in materia e di stanziamenti adeguati allo scopo, nel quadro del pacchetto clima, definendo obiettivi ambiziosi per tutti gli Stati membri in questo settore, in particolare quello di arrivare a un 20% di energia da fonti rinnovabili entro il 2020.
3) In considerazione delle peculiarità dei prodotti enogastronomici e delle biodiversità agricole italiane, e di quanto esse rappresentano in termini di ricchezza nazionale e di incentivo alla nostra offerta turistica,
crede che gli europarlamentari italiani dovrebbero fare blocco per difenderli se necessario? Secondo lei, in casi come questi è più importante privilegiare l’interesse nazionale o la solidarietà come gruppo europeo?
Credo che sia essenziale tutelare i prodotti tipici italiani, non per sciovinismo ma perché sono produzioni di qualità, parte di un patrimonio storico, ambientale e culturale di immenso valore sociale. Questi principi sono senz’altro condivisi da gran parte dei progressisti europei; se necessario, occorre senz’altro tutelare e promuovere la specificità delle produzioni italiane dalla concorrenza sleale di altre produzioni nazionali e garantirne la protezione comunitaria.
4) La questione del nucleare e’ abbastanza complessa e riguarda, tra gli altri, costi effettivi (costruzione, mantenimento e funzionamento, smantellamento), messa in sicurezza degli impianti e delle scorie prodotte, tempi di costruzione, comprendente anche l’accettazione da parte delle popolazioni vicine al luogo interessato, e gas serra, in un delicato bilancio che non sempre risulta a favore delle centrali a fissione rispetto ad altre forme di energia alternativa. A suo modo di vedere, in un programma europeo per la differenziazione delle fonti energetiche, quale ruole deve essere riservato al nucleare ? E perche ?
Occorre sapere che la politica relativa all’energia nucleare non rientra tra le competenze della Comunità europea. In ogni caso è necessario definire una strategia energetica per l’Unione Europea. Occorre fare anche molta ricerca su questo tema. Alcuni paesi europei hanno il nucleare altri no. In generale solo pochissimi stanno costruendo nuove centrali perché di tecnologia ormai obsoleta e dai costi reali altissimi. Sono contrario, oggi, a costruire centrali nucleari in Italia. Il problema, eventualmente, si porrà solo quando le innovazioni tecnologiche saranno tali da potere porre il problema in termini diversi da quelli attuali.
Libertà di informazione
1) Secondo lei, il problema della concentrazione del potere mediatico all’interno dei singoli Paesi europei deve essere affrontato principalmente come un problema legato all’antitrust e alla concorrenza, oppure come un problema legato alla democrazia? In ogni caso, crede che si dovrebbero stabilire a livello europeo dei tetti pubblicitari per i diversi mezzi di informazione (TV, carta stampata, internet, etc.)?
L’Italia è un esempio lampante: il problema della concentrazione dei media nei Paesi membri è una grande questione democratica, che attiene all’esercizio di diritti fondamentali su cui l’Unione europea si fonda, tra cui il diritto alla libertà di informazione e di espressione e investe quindi l’essenza stessa dello Stato di diritto. L’Unione ha poteri sanzionatori importanti in caso esista il rischio di violazioni gravi e persistenti di questi diritti, cioè in situazioni di particolare gravità, che è tenuta a utilizzare. La concentrazione dei media chiama però più comunemente in causa la tutela della libera concorrenza, materia dove la Comunità ha competenze molto estese e dove la Commissione europea può intervenire con poteri forti per fare cessare situazioni di monopolio. Fino ad ora la Commissione è stata molto esitante e persino reticente rispetto al caso italiano e ha rifiutato, in occasione dell’adozione della direttiva TV senza frontiere, di affrontare il tema del pluralismo dell’informazione. I progressisti in seno al Parlamento europeo hanno chiesto con forza uno strumento legislativo a tutela del pluralismo, incontrando sempre la ferma opposizione della Commissione europea. Occorre senza indugio un’azione decisa in materia. Tetti alla pubblicità sono stati fissati già dalla citata direttiva TV senza frontiere.
2) Secondo lei le regole minime sugli standard di democrazia per i Paesi della UE, anche per Paesi che ne fanno già parte, devono considerare anche i temi della libertà d’informazione? A suo giudizio, la situazione italiana come dovrebbe essere valutata secondo criteri in questo campo (normale, delicata, grave, molto grave)? E secondo lei come dovrebbero essere affrontate eventuali violazioni di questi standard da parte di Paesi già membri?
Il pluralismo dell’informazione e il divieto di concentrazione sono sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e quindi devono certamente essere parametri essenziali per valutare il rispetto dei diritti nei Paesi membri. Il caso dell’Italia è senz’altro un caso grave, come ha riconosciuto più volte il Parlamento europeo a grande maggioranza e, come già detto, violazioni di questi principi dovrebbero essere affrontati attivando procedure di infrazione e sanzioni adeguate.
3) Cosa ne pensa della possibilità, di cui si parla in questi giorni, di emanare leggi che in qualche modo limitino e controllino il flusso di informazioni su internet?
La libertà è parte costitutiva della Rete sin dal suo esordio e d occorre senza dubbio tutelarla. Tutelare questa libertà - ad esempio di fronte alla censura di uno Stato o al potere economico di una grande impresa - significa anche definire regole a garanzia della libertà e regole anche per garantire che la rete non diventi una zona franca, dove diritti che sono tutelati fuori dalla rete - penso ad esempio alla protezione dei dati o all’integrità della persona - non lo sono più nella Rete. Credo che queste regole siano da definire in un processo partecipato, dal basso, che coinvolga tutti gli attori pubblici e privati del settore, in un quadro internazionale, come sta avvenendo nell’ambito dell’Internet governance forum. Il Parlamento europeo ha dato il suo contributo a questo dibattito di recente adottando la risoluzione del deputato socialista Lambrinidis.
Impegni personali se verrà eletto
1) Oggi i dati sulle assenze dei singoli deputati europei sono riservati. Lei è disposto ad impegnarsi a rendere pubblici i dati riferiti alla sue assenze? E’ favorevole a votare una modifica dei regolamenti perché il Parlamento Europeo renda pubblici questi dati per tutti i deputati?
Sono assolutamente favorevole alla pubblicazione dei dati sulle presenze dei deputati e a una modifica delle disposizioni regolamentari e legislative in tal senso. Il nuovo Parlamento sarà subito chiamato ad occuparsene nel quadro della revisione del regolamento sull’accesso del pubblico ai documenti delle istituzioni; il Gruppo socialista ha difeso con forza un’ampia estensione dell’accesso. Aggiungo che nelle due legislature (dal 1989 al 1999) in cui sono stato membro del Parlamento Europeo sono stato di gran lunga l’europarlamentare italiano più presente alle sessioni plenarie del Parlamento Europeo e uno dei più attivi (circa 1.000 atti parlamentari portano il mio nome). E’ diritto dei cittadini conoscere tutto questo.
2) Lei personalmente a quale raggruppamento europeo vorrebbe aderire nel PE: PSE, ALDE, o un altro da creare?
Io sono membro della Presidenza del PSE. Sono un socialista europeo e, orgogliosamente, sono un democratico italiano. Il tema non è a quale gruppo esistente aderire. La sfida è costruire, già dall’inizio della prossima legislatura, un nuovo, grande gruppo che riunisca socialisti e democratici, sulla base di un programma progressista ed europeista e che si candidi a guidare il processo di integrazione europea. Il lavoro fatto negli ultimi anni ci permetterà – ne sono certo – di portare a compimento questo obiettivo.
3) Attualmente il conservatore José Manuel Durao Barroso con l’appoggio unanime del PPE (suo partito di appartenenza) e di una parte sostanziale del PSE sembra essere destinato ad un secondo mandato come presidente della Commissione Europea. Lei è d’accordo? Non pensa che le forze europee riformiste e di sinistra debbano promuovere un candidato che sia espressione di una Europa diversa da quella rappresentata dal candidato conservatore portoghese?
Barroso è stato un disastroso Presidente della Commissione europea. Dipenderà anche dall’esito delle elezioni europee determinare chi – speriamo – gli succederà. Barroso è il candidato del PPE e non è sostenuto da nessun partito del PSE e tanto meno dal PSE stesso. Altra cosa è la dinamica intergovernativa. Occorre che le forze progressiste sostengano una visione dell’Europa diversa da quella praticata, in questi anni, da Barroso e da gran parte della sua Commissione.


